Oasis 1997

“Gli Oasis?

Ma come, gli Oasis? “ gli dico con gli occhi fuori dalle orbite. 

“Ma noi siamo dark, non possiamo andare ad un concerto Britpop. Non è concepibile”, sentenzio, dall’alto dei miei 19 anni, quando la coerenza a tutti i costi è un valore irrinunciabile.

Lui si piazza davanti allo specchio con gli occhiali scuri, il pizzetto appena tagliato, le gambe lunghe e magre inguainate in pantaloni neri di pelle, piegate in avanti, le braccia dietro la schiena e il mento proteso in avanti verso un microfono immaginario, ad imitare la tipica posa di Liam Gallagher mentre si sforza di diventare leggenda. 

“Piccola”, mi fa, “questo disco è potente. E poi lui mi sta simpatico. Gli Oasis rimarranno nella storia, fidati.” 

Io mi fido di lui, di questo ragazzo incredibile sempre vestito di nero come me, con 10 anni più di me, che mi ha aperto un mondo sconosciuto capace tradurre i miei moti interiori. Lui, scappato da una dittatura dall’atra parte del mondo, diviso a metà, mi ha fatto conoscere Dead Can Dance, Sisters of Mercy, Bauhaus, Einsturzende Neubauten, tatuati sul braccio. Mi fido di un musicista che fa risuonare le note del suo basso nello scenario piatto di una dormiente cittadina di provincia. Lo guardo e decido di assecondare questa sua follia del concerto; lui, un anarchico coraggioso, contro tutto e tutti, arrabbiato per un passato strappato e sostenitore dello spirito Punk del No Future. 

Così partiamo in trasferta il 17 novembre del 1997, per assistere al tour Italiano dei fratelli Gallagher, armati di macchina fotografica Canon (lui) e zaino con contenuto rigorosamente monocromo (io). La sera del concerto, sugli spalti a Casalecchio di Reno, poco fuori Bologna, canto le hit della mia adolescenza trascorsa da poco (e non ancora finita) e mi sento stranamente a mio agio, in mezzo a tutti quei tagli di capelli  Mod, polo blu e parka. 

Passiamo la notte a parlare del concerto, delle canzoni, sognando una reunion dei Bauhaus e promettendoci di viaggiare seguendo i concerti dei gruppi che amiamo.

È già mattina e, occhiali scuri a coprire le poche ore di sonno, ci avviamo alla stazione  di Bologna a prendere il treno. Alzo gli occhi a guardare l’orologio, fermo da 17 anni alle 10.25, e la mente inizia a  viaggiare nei luoghi oscuri delle stragi italiane.

È lui a riscuotermi dal passato con tre sonori “Oh…Oh.. Oh!”. Non riesce a dire di più e allora seguo la traiettoria del suo sguardo: come in un sogno sfocato, sulla banchina del binario 1 vedo un tizio che cammina tale e quale a Liam Gallagher.

“È lui! Sono loro!” Esclama lui slanciandosi in avanti. “ Ma ti pare? Alla stazione! È un sosia” replico scettica, girandomi dall’altra parte. Ma lui è già partito: a grandi falcate si avvicina a quella che pensa essere la band di Manchester, e non mi resta che seguirlo. In effetti, a ben guardare, sono proprio loro, gli Oasis: incredibile ma vero, prenderanno il treno per la tappa successiva del tour: Milano.

Li marchiamo stretti, pedinandoli, e io sono presa dall’angoscia che Liam se ne accorga e che ci picchi selvaggiamente, come ha fatto poco tempo prima con un povero fan. Mentre penso questo, il cantante mancuniano si gira e ci guarda incuriosito, probabilmente domandandosi che ci fanno quei due neri figuri alle sue calcagna. Lui mi spinge e imbraccia la Canon, pronta a scattare. Io chiedo in uno stentatissimo inglese se possiamo farci una foto insieme e lui, inaspettatamente, annuisce entusiasta e mi fa cenno di andargli vicino.

Ci sono tutti gli Oasis, su quella banchina. Così si imprime su una pellicola analogica quella che ad oggi rimane una delle foto più belle a tema musicale, con una composizione perfetta, anche se ad essere in posa siamo solo io e Liam.

Lui, il fotografo musicista ribelle e visionario, si chiamava John Christian Vallejo.

Ovunque tu sia, Johnny, buon compleanno. E grazie, per tutto ❤️.

Photo: John Vallejo

Vacanze Romane, ovvero Roadhouse Taxi Blues

Violentata da un caldo africano, aspetto da un’ora la mia amica eufemisticamente ritardataria, sotto l’illusorio riparo di una anoressica striscia d’ombra. Indosso una T-Shirt con la faccia di Jim Morrison impressa sulla bandiera inglese, in ricordo del concerto londinese del 1968. Ho scelto proprio questa per puro spirito di ribellione adolescenziale (fuori tempo) verso la fauna vip che popolerà la location chic che sto per visitare: l’Ambasciata brasiliana a Piazza Navona, meraviglia della Roma barocca.

Dopo una sudata lunga mezz’ora eccola che compare, nella sua abbagliante abbronzatura, l’incontrastata Regina del Ritardo dal lontano 2005, anno in cui venne incoronata sovrana dopo un ritardo record di un’ora e mezza.

“Siamo in ritardo”, mi dice trafelata, usando senza nessuna vergogna la 1° persona plurale, “prendiamo un taxi?” e, senza attendere risposta, alza un braccio verso una macchina gialla che inchioda prontamente di fronte a noi. Lui, il tassista, ha un sorriso inebetito e mi fissa al di sotto della faccia, invece di perdersi nella scollatura procace della mia amica, mentre con gesto vigoroso ci fa segno di salire in macchina.

“A Signorì, ho fatto uno strappo alla regola” fa con un pesante accento romano, “Dovevo caricà du vecchi francesi, ma quanno ho visto sta majetta che c’aveva bisogno der taxi, me so dovuto fermà pe forza!” Io e Miss Amica lo guardiamo basite mentre lui mette la prima e incalza: “Ahò, I Doors! Io sò malato pè Jim, c’ho pure un gruppo cover, se chiama I Rodaus. Io canto eh? C’assomigliavo pure a Jim…mò nun me vedete così, ma quanno c’avevo i capelli…” e sorride, sfrecciando nel traffico romano, lasciando intravedere un dente di meno nell’arcata superiore e mancando per poco un ignaro ciclista.

Per quanto mi sforzi di immaginarlo, questo qua assomiglia a Jim Morrison come io a Marilyn Monroe, ma ricambio il suo sorriso sdentato con uno di circostanza. “Aspè aspè, senti questa…” E dallo stereo partono le celeberrime note di Roadhouse Blues, che invadono la macchina ed escono prepotentemente sulla strada, che il nostro tassista percorre oltrepassando ampiamente i limiti di velocità, alternando le parole della canzone a bestemmioni urlati contro pedoni che cercano di attraversare sulle strisce.

E’ pure stonato, il pelatone. “Ma lo sapete che dice sta canzone? Sto pezzo parla del lavoro mio, er tassista! O sai l’inglese?”, mi dice in tono di sfida mentre recita il testo “Kip yor ais on the rod yor end apon the uiiilll! O sai chevvordì?” E, molto seriamente, mima la traduzione, passando col rosso: “Devi tenè gli occhi sulla strada e le mani sur volante! Tu! Tu te distrai quanno guidi, veh? Te lo dice Jimme, a capito? Nun te devi distrarre! LET IT GO! LET IT GO! DEVI ANNA’!!! Nun devi guardà le vetrine, aaa gente, i semafori…..DEVI ANNA’!!!”

Non me la sono sentita di far crollare le titaniche certezze del tassista in nome della filologia musicale, dicendogli che in realtà il testo dice Let it Roll.  Mentre scendo dal taxi lo immagino sul palco con la sua cover band e il mio pensiero va a tutti quei poveracci del pubblico dalle orecchie sanguinanti, costretti ad ascoltare questo Jim de noantri, con le sue canzoni storpiate e la sua filosofia pragmatica del Devi Annà.

T-shirt Jim Morrison

L’imperativo categorico del Refresh

Refresh. Refresh. Refresh. Questo l’imperativo categorico dalle 10 di questa mattina, aspettando l’apertura delle vendite per il concerto dei RADIOHEAD a Lione, alle 10.30 in punto. Il mio dito scatta allo scattare del minuto, e mi ritrovo alla 464 posizione in coda. Almeno sono dentro, penso. Aspetta, comanda il sito, non refreshare, aspetta. Ubbidisco. Ore 10.35, la mia posizione è intanto scesa al 350 posto. Continua a leggere