Comunicazione a vanvera

Il T9 picchia pesante. Magari non si chiama neanche più così, adesso, ma il principio di storpiare semplici parole per sostituirle a vanvera, ecco, quello è lo stesso che credevamo scomparso con i più evoluti Nokia3310. Invece questa tecnologia barbara, questa scrittura intelligente, è viva e presente nei nostri smartphones, e rischia di compromettere definitivamente rapporti di ogni tipo. 

E poi, altra questione delicata, da dove trae origine questa sigla misteriosa? Cosa vuole indicare la lettera T? E il magico numero 9,  che non è altro che il 3 al quadrato, vuole forse farci credere che l’aspirazione di questa tecnologia è quella di puntare alla perfezione più perfetta?

“Sn a credere rosolio Nora”, scrive la mia amica intenta a mettere gasolio ora. Solo un’ emoticon basita mi ha fatto ottenere da lei la traduzione della criptica frase scritta con un dito. Ecco, questo è quanto di più lontano dalla perfezione. Quest’ultima parola, però, perfezione dico, è stata fornita direttamente da T9 che l’ha capita alla terza lettera. Quindi, non tutto è negativo in fondo, vedi, sempre a pensare male delle tecnologie che hanno più di 20 anni. Il problema è che a volte neanche ci accorgiamo delle assurdità che vengono fuori, specialmente quando questa bastarda intelligenza artificiale cambia appena una vocale, con effetti disastrosi. 

Ma torniamo alla fonte di queste considerazioni: la mia amica che mi parla da un’imprecisata stazione di benzina romana.

Insomma, mi confessa che sta andando a casa di un tizio che le ha appena offerto la cena in un posto molto glam chic (su queste parole il t9 è una bomba), e che io sono l’unica sulla faccia della terra a saperlo. Una bella responsabilità, mi dico. E se questo è uno psicopatico, un serial killer, un membro di Scientology? 

Mi sale l’ansia. 

“Allora amica, quando sei a casa di questo, condividimi la posizione su whatsapp.” Ecco, per scrivere correttamente questo messaggio mi ci sono voluti almeno 3 tentativi, e cancellando e riscrivendo l’ansia per lei cresceva. 

Finalmente invio la proposta di un’ancora di salvezza: lei aveva avuto la stessa idea. 

Sulle scale di un palazzo della Nomentana mi scrive: “Arrivata. Però…E se mi trovo invischiata in una comunicazione difettosa? Se ci ritroviamo come due smartphones manovrati da T9 bastardi, che vogliono dire una cosa e invece ne scrivono un’altra? “

“Ma che stai a dì? Non ti capisco…”

“E se poi bacia male e io ci rimango di merda? Se non capisce che volevo dire fico invece della sua versione al femminile? Se finisce che -Censura- poi mi tocca -Censura- e, alla fine, manco je se -Censura-? E domani, i messaggi, con tutte queste parole al posto di quelle vere. Parole impostore che ti stroncano la comunicazione.”

Resto sconcertata di tutte queste riflessioni tra l’hippie e l’hypster espresse via chat nel percorso che va dal primo al quarto piano della casa dello sconosciuto, di cui ho preso visione su Google Napa. Mapi. Amos. Maps, caZz!

Poi, improvvisamente, ho l’illuminazione e digito:

“A tesó, hai fumato eh??”

“Ehhhhhhhh!!!!!” Mi fa lei, persa nella tromba delle scale.

E’ stata la sua ultima parola.

Mi addormenteró col cellulare acceso, è deciso.

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