Cronaca di morti annunciate

Figura mitologica a metà fra una giornalista esperta di scoop e un necrologio vivente, dagli albori degli Anni Novanta ad oggi, mia madre si è volontariamente caricata della grave responsabilità di annunciarmi con spietata tempestività la scomparsa improvvisa e inaspettata di personaggi che hanno fatto la Storia dell’Arte, intesa nel suo senso più ampio, e la mia Storia. 

La triste notizia veniva comunicata nell’ora a cavallo tra il sonno e la veglia, quando i sogni non mi avevano ancora abbandonato e la voce di mamma penetrava dallo spiraglio di luce della porta della mia stanza adolescente, nel sottofondo di Radio Rai, e da adulta, tramite un messaggio sullo schermo luminoso del telefono, che annunciava la voragine immensa lasciata dal personaggio in questione. 

Ogni notizia funebre è per me legata indissolubilmente ad un elemento molto concreto.

1991: Who wants to live forever? Freddie Mercury se ne va con il profumo di caffè bruciato che sgomita in cucina; 1994: il bellissimo e dannato Kurt Cobain, profeta di una generazione, alle 7.00 di mattina viene proclamato morto dalla mia genitrice che aveva appena sfornato una torta al cioccolato e mi incitava impietosamente a suon di alzati che devi andare a scuola. It smells like a chocolate cake.

Il salto temporale che separa queste due terribili tragedie con quella successiva è enorme, enorme come il mio smisurato amore per l’artista in questione: gennaio 2016, mi sveglio nel freddo che la mia camera in mansarda mi regala alla sera e al mattino e vedo che mamma mi ha inviato un sms. Curioso, non me li manda quasi mai. Un lieve brivido che non mi spiego mi attraversa quando lo leggo. Crudo e impietoso, contiene solo 4 parole, tutte maiuscole: E’ MORTO DAVID BOWIE. Non ho smesso di piangere per almeno un mese ogni volta che ci pensavo. Facciamo un anno.

Tutto questo lunghissimo preambolo è per dire che, a 9 anni (numero altamente simbolico), dalla scomparsa di David, un’altra improvvisa, inaspettata e sconcertante perdita ha sconvolto la mia esistenza, e quella di tutto l’universo, oserei dire. 

16 gennaio 2025: se ne va da questo mondo il genio DAVID LYNCH. E questa tragedia non mi è stata annunciata da mia madre, ma da un post inoltrato da un amico che non ha voluto aggiungere nessuna parola superflua a questo dolore, per paura o per pudore, chissà. 

Ma perchè mia madre in quest’occasione è venuta meno al suo ruolo fondamentale?  Me lo sto ancora chiedendo. Forse perché stavolta l’annuncio di questa scomparsa ha raggiunto l’etere di sera, quando mia madre è impegnata a cucinare, o a parlare al telefono con qualcuno, e non si cura più delle questioni del mondo, o forse perchè non ha capito quanto il regista statunitense abbia cambiato la mia vita e formato il mio immaginario, proprio negli anni in cui lei stessa mi annunciava le morti di Freddy e di Kurt, cercando di supervisionare i film che guardavo, i libri che leggevo, che fossero adatti alla mia età, per carità, che non mi scandalizzassero o sconvolgessero, che ero ancora una bambina.

In quegli anni lei aveva mosso una sanguinosa crociata per non farmi vedere il film Labyrinth, dove tutto è possibile, con il Duca Bianco nella parte del cattivo e affascinante Jareth, perchè lo riteneva un film horror.  Erano passati mesi lunghissimi per convincerla che era soltanto un innocuo fantasy per bambini. Lei, che storcendo il naso alla fine aveva ceduto, non aveva fatto una piega quando Canale 5 aveva trasmesso la serie I segreti di Twin Peaks e mi aveva permesso di vederla senza nessun veto, senza nessuna incertezza o remora. Del resto, era pubblicizzato come una novità assoluta, un giallo, seppur con l’inquietante interrogativo “Chi ha ucciso Laura Palmer?”. 

Dunque, alla tenera età di dodici anni, in seconda media, ogni mercoledì sera la mia mente incamerava con avidità quei personaggi allucinati, quelle storie sul precipizio tra due dimensioni, quelle inquadrature insolite e le musiche di Angelo Badalamenti, ipnotiche e misteriose. Ero completamente rapita da questa storia che sentivo essere totalmente diversa da tutto quello che avevo visto e conosciuto fino a quel momento. Non solo: avevo trascinato in questo mio entusiasmo anche molte delle mie compagne di classe, tanto da organizzare visioni collettive delle puntate clou della serie, spesso a casa di Claudia, che aveva una mansarda con la tv dove guardavamo il detective Dale Cooper parlare nel suo mini registratore, un oggetto di culto che ho chiesto come regalo della Cresima per incidere i miei pensieri e la mia voce. Con Stefania facevamo ipotesi su chi potesse aver ucciso Laura Palmer e Alessandra, per la sua festa di compleanno, aveva realizzato degli inviti personalizzati con le foto dei protagonisti della serie; a me era toccata, inutile dirlo, proprio lei, la grande protagonista incellofanata. Federica spacciava sottobanco  Il diario di Laura Palmer che era uscito su Gente, romanzo pseudo-erotico scritto da Jennyfer Lynch, la figlia del maestro, che raccontava la vita della vittima prima del suo ritrovamento sulla spiaggia. Lo abbiamo letto tutte quante e poi è sparito nel nulla. 

E così per due lunghe stagioni, fino ad arrivare all’ultima, sconvolgente e incomprensibile ultima puntata nella loggia nera, dove il nano ballava, Laura appariva e parlava al contrario, Cooper e Bob si confondevano. Nessun genitore, non solo mia madre, ha capito la potenza e la forza deflagrante di quella serie e di quel regista. 

Di lì a pochi anni, ho visto tutti i suoi film, che avrei potuto riconoscere a occhi chiusi: Lynch era diventato una delle figure di  riferimento della mia vita artistica. 

Per questo ho pianto quando ho saputo che non apparteneva più a questa Terra. Ho pianto come si piange un Maestro, come si piange un amico. 

Oggi, 20 gennaio, nel giorno della nascita del regista, ho aperto il mio diario segreto del 1992 e ho trovato, a caratteri cubitali, la citazione di Twin Peaks che mi aveva aperto un mondo:

Nell’oscurità di un futuro passato il mago desidera vedere. Un uomo canta una canzone tra questo mondo e l’altro: Fuoco cammina con me

Allora tutto mi è apparso chiaro, e ho pensato: grazie mamma, perché se tu ti fossi opposta a quella visione epifanica io forse non mi sarei innamorata del Cinema, non avrei iniziato a meditare, non avrei mai percorso strade perdute, non avrei mai ascoltato una musica suonata da un’orchestra immaginaria. 

Il resto è Silencio.

Oasis 1997

“Gli Oasis?

Ma come, gli Oasis? “ gli dico con gli occhi fuori dalle orbite. 

“Ma noi siamo dark, non possiamo andare ad un concerto Britpop. Non è concepibile”, sentenzio, dall’alto dei miei 19 anni, quando la coerenza a tutti i costi è un valore irrinunciabile.

Lui si piazza davanti allo specchio con gli occhiali scuri, il pizzetto appena tagliato, le gambe lunghe e magre inguainate in pantaloni neri di pelle, piegate in avanti, le braccia dietro la schiena e il mento proteso in avanti verso un microfono immaginario, ad imitare la tipica posa di Liam Gallagher mentre si sforza di diventare leggenda. 

“Piccola”, mi fa, “questo disco è potente. E poi lui mi sta simpatico. Gli Oasis rimarranno nella storia, fidati.” 

Io mi fido di lui, di questo ragazzo incredibile sempre vestito di nero come me, con 10 anni più di me, che mi ha aperto un mondo sconosciuto capace tradurre i miei moti interiori. Lui, scappato da una dittatura dall’atra parte del mondo, diviso a metà, mi ha fatto conoscere Dead Can Dance, Sisters of Mercy, Bauhaus, Einsturzende Neubauten, tatuati sul braccio. Mi fido di un musicista che fa risuonare le note del suo basso nello scenario piatto di una dormiente cittadina di provincia. Lo guardo e decido di assecondare questa sua follia del concerto; lui, un anarchico coraggioso, contro tutto e tutti, arrabbiato per un passato strappato e sostenitore dello spirito Punk del No Future. 

Così partiamo in trasferta il 17 novembre del 1997, per assistere al tour Italiano dei fratelli Gallagher, armati di macchina fotografica Canon (lui) e zaino con contenuto rigorosamente monocromo (io). La sera del concerto, sugli spalti a Casalecchio di Reno, poco fuori Bologna, canto le hit della mia adolescenza trascorsa da poco (e non ancora finita) e mi sento stranamente a mio agio, in mezzo a tutti quei tagli di capelli  Mod, polo blu e parka. 

Passiamo la notte a parlare del concerto, delle canzoni, sognando una reunion dei Bauhaus e promettendoci di viaggiare seguendo i concerti dei gruppi che amiamo.

È già mattina e, occhiali scuri a coprire le poche ore di sonno, ci avviamo alla stazione  di Bologna a prendere il treno. Alzo gli occhi a guardare l’orologio, fermo da 17 anni alle 10.25, e la mente inizia a  viaggiare nei luoghi oscuri delle stragi italiane.

È lui a riscuotermi dal passato con tre sonori “Oh…Oh.. Oh!”. Non riesce a dire di più e allora seguo la traiettoria del suo sguardo: come in un sogno sfocato, sulla banchina del binario 1 vedo un tizio che cammina tale e quale a Liam Gallagher.

“È lui! Sono loro!” Esclama lui slanciandosi in avanti. “ Ma ti pare? Alla stazione! È un sosia” replico scettica, girandomi dall’altra parte. Ma lui è già partito: a grandi falcate si avvicina a quella che pensa essere la band di Manchester, e non mi resta che seguirlo. In effetti, a ben guardare, sono proprio loro, gli Oasis: incredibile ma vero, prenderanno il treno per la tappa successiva del tour: Milano.

Li marchiamo stretti, pedinandoli, e io sono presa dall’angoscia che Liam se ne accorga e che ci picchi selvaggiamente, come ha fatto poco tempo prima con un povero fan. Mentre penso questo, il cantante mancuniano si gira e ci guarda incuriosito, probabilmente domandandosi che ci fanno quei due neri figuri alle sue calcagna. Lui mi spinge e imbraccia la Canon, pronta a scattare. Io chiedo in uno stentatissimo inglese se possiamo farci una foto insieme e lui, inaspettatamente, annuisce entusiasta e mi fa cenno di andargli vicino.

Ci sono tutti gli Oasis, su quella banchina. Così si imprime su una pellicola analogica quella che ad oggi rimane una delle foto più belle a tema musicale, con una composizione perfetta, anche se ad essere in posa siamo solo io e Liam.

Lui, il fotografo musicista ribelle e visionario, si chiamava John Christian Vallejo.

Ovunque tu sia, Johnny, buon compleanno. E grazie, per tutto ❤️.

Photo: John Vallejo

Ragazze di vita

VM- Attenzione! Questo post contiene linguaggio scurrile e argomenti scottanti, che potrebbero urtare la suscettibilità di mamme pancine, adolescenti, padri di figlie femmine, persone facilmente impressionabili, soggetti particolarmente sensibili o particolarmente religiose. Se appartieni a una di queste categorie, leggi a tuo rischio e pericolo. 

Stazione Termini deserta. Il naso rosso di Italotreno sembra un clown che mi prende amabilmente in giro. Lo sento, mi sta dicendo: “Ti fai ‘ste 24 ore di fugone eh? Ma non saranno troppe? Scappi da tuo figlio quasi treenne in piena crisi di crescita, dal tuo povero compagno che se lo deve sorbire da solo? Ma chi ti credi di essere, quella ragazzetta ventenne acqua e sapone con i piedini nelle Flip flop rosa che sgambetta davanti a te per raggiungere il vagone? Tu hai delle responsabilità, una missione educativa da portare avanti, una casa a cui badare, pensi che puoi comportarti come…”

A Italo, ma fatti i cazzi tuoi. Che quando prendevo il treno per raggiungere le mie amiche in giro per l’Italia tu nemmeno esistevi. Dopo una gravidanza, un parto difficile, l’esistenza completamente rivoluzionata e due lockdown, potrò rivivere l’ebrezza di prendere un treno completamente sola e raggiungere la mia amica a Firenze, come facevo a vent’anni? Ecco, quindi zitto e parti, che sei in ritardo di 5 minuti, e io ho solo un giorno di libertà.

Mentre mi compiaccio dell’assoluto silenzio in un vagone mezzo vuoto, ecco che si sente una voce femminile ansimare in modo eccessivamente equivoco. Si avverte un disagio elettrico e curioso, ma nessuno osa girarsi per vedere se si sta consumando un improvviso amplesso nel vagone. 

Quando l’ansimo entra in scena, scopro che appartiene ad una ragazzetta in shorts e canottiera di cotone, capelli rossicci legati alla meno peggio, zero trucco. Guarda un po’, è insieme alla ventenne con le Flip flop rosa, anche lei decisamente con un’aria dimessa e sciatta. I pochi maschi che popolano la carrozza economy tornano delusi al loro cellulare, forse si aspettavano una pornostar

La rossa sprofonda nel sedile speculare al mio, gridando: “Sì, ce l’ho fatta! L’ho preso…il treno” E ridono, bisbigliando qualcosa con fare malizioso.

Mi rovineranno il viaggio con i loro discorsi naif da ventenni, è certo. Avrei voluto il caro, vecchio silenzio, che non so più che suono abbia. La voce dell’altoparlante copre per un attimo le voci delle due pischelle che non smettono di parlare. Colgo, tra le indicazioni sulla sicurezza, parole chiave come Instagram, followers, video, soldi. Solite chiacchiere social. Quando la parola “dominatrice” esce dalla mascherina chirurgica della rossa, il treno è partito e ascolta in religioso silenzio. 

“Il video-sadomaso lo dovevamo postare a settembre”, sentenzia la Redhead, “adesso è tutto fermo. Troppe poche views.”

L’altra annuisce pensierosa, girandosi con un dito i lunghi capelli castani, chiedendo consigli su come ottimizzare il suo business appena nato. 

“Beh -risponde la navigata roscioriccetta-, dovresti trovare delle collab, magari con qualcuna già famosa. Hai provato a chiedere a Valentina Nappi? Ti dò il numero se vuoi”. 

“Ci stai pensando pure tu, di buttarti nel business?” Mi sfotte Italotreno, intromettendosi nei  miei pensieri.

Sono vecchia per queste cose, Italo. E poi sempre che ti devi fare gli affari tuoi, zitto e fammi sentire.

Italo allora continua a sfrecciare tra campi verdi ed io apprendo una quantità infinita di dettagli fondamentali sul lavoro delle due ventenni: come scegliere i propri partner, come fidelizzare il pubblico, lunghezza e contenuto dei video, strategie per non farsi bannare ma, soprattutto, l’annosa questione del “metterci la faccia”. La bruna pensa al futuro, e  dice che sta studiando Beni Cul-turali e che, sperando lei di lavorare un giorno al Vaticano, mostrare il proprio viso potrebbe danneggiarla. 

“E non lo so mica…”, penso io. 

L’altra, vera businesswoman, consiglia di non farlo, non per una questione di riconoscibilità, piuttosto per alimentare il mistero e le fantasie. E, aggiunge, per cambiare profilo senza avere problemi di sorta

Il tipo cicciottello e pelatino nel sedile di fronte alle due ogni tanto prova a girarsi, con la scusa di sistemare qualcosa nello zaino del sedile accanto, e butta l’occhio.

Chissà se ha riconosciuto le due star, se sta pensando di chiedere il loro contatto Instagram o se vuole scritturarle per una parte nel suo nuovo film. Delle tre, una sicuro è vera.

Dopo che la roscia racconta divertita di quando il padre l’ha scoperta e se ne è andato di casa per la vergogna, poco prima dello scoppio della pandemia, il discorso si fa personale. Iniziano i racconti dei ragazzi con cui sono state, (quello mi piace quello no, quello è bravo quello no) ma con poco entusiasmo, come se le questioni reali sentimental-sessuali non avessero troppa importanza. Perché, in fondo -dice la mora dai capelli lunghi- a me scopare non mi piace. 

Colpo di scena,  rivelazione suprema che apre tutto l’ aspetto psicologico della questione che le due non hanno però il tempo di indagare. 

“Piuttosto, -continua la brunetta, rinfilandosi le Flip Flop rosa rimaste sotto il sedile- parliamo del film che giriamo oggi a Firenze: il produttore è Damiano? Quello che chiede cose assurde?” 

“Sì” risponde distratta la rossa, “e ci prova sempre dopo le riprese. Che mancanza di professionalità!

“Senti ma…ci fa fare anche l’ARROSTO?”, chiede l’altra con un velo di preoccupazione nella voce.

E lì, alle porte di Firenze, il cicciottello di fronte a loro si alza tremando, forse in preda ad un attacco di panico. Loro non se ne accorgono affatto. Forse lui sta sognando ad occhi aperti di partecipare a questa pratica, a me sconosciuta, forse gli passano davanti le immagini delle domeniche d’infanzia, quando la nonna avvolgeva strette di spago le carni rosa di un pezzo di vitello, con mani abili e sapienti, prima di procedere ad una lenta cottura. 

Pure l’arrosto gli toccherà fare alle due povere ragazze, in questo agosto hot.

Tutti ar male!

Li vedo incedere con passo inesorabile, i tre maschietti in prima linea e i genitori nelle retrovie con un cane bastardo dalla lingua penzoloni. Sono compatti e schierati come un plotone d’esecuzione: imbracciano un ombrellone-carabina a righe, sdraio e viveri in spalla, pallone pronto a schizzare a razzo. Sollevano nuvole di sabbia ed emettono urla degne delle scene più sanguinose del film 300

I condannati a morte siamo noi, incauti bagnanti silenziosi che hanno avuto l’ardire di trascorrere la domenica sul litorale romano, il più vicino a casa. Un imperdonabile errore di valutazione. Questa è la punizione divina, penso, per non aver avuto l’umiltà di schiattare a testa bassa e grondante a casa, nella piscinetta di un metro riempita col tubo giallo. Perché la domenica, se vai al mare, lo fai a tuo rischio e pericolo, e ne paghi le inevitabili conseguenze.

Ovviamente, il plotone si posiziona proprio di fronte a noi, lanciando occhiate schifate ai nostri asciugamani accartocciati sulla nuda spiaggia, ai nostri libri e all’ombrellone sbilenco. 

Hanno tutto il necessaire per trascorrere una piacevole giornata in spiaggia: bocce, pallone, gli ultimi numeri di Gente e Novella 2000, la gazzetta dello sport e provviste per una settimana, che includono panini con porchetta e mortazza, vino in cartone, Coca Cola, patatine. 

Ci considerano esseri inferiori, lo avverto dalla spavalderia con cui il primogenito preadolescente pianta il parasole di Decathlon grigio e arancio (riconosco il cartellino, ancora attaccato, che svolazza blu con la cifra 34,99); ecco, lo ficca nella sabbia facendolo roteare perché sia ben saldo, come un vessillo che sancisce la conquista di un luogo. Mentre tutti si danno un gran da fare per tirare su in tempi record il campo di battaglia, grazie al volume vertiginoso con cui comunicano e alla pericolosa vicinanza, apprendo numerosi dettagli personali della famiglia Maleducati, discussi con la mano a cucchiarella (1) tra genitori, mentre i figli si tirano capelli, sabbia e deliziose mini-bestemmie appena edulcorate

La moglie accusa il marito di aver allungato gli occhi sulle tette rifatte che ammiccano sul bagnasciuga e lui la butta amabilmente in caciara(2), rigirando la frittata e contrattaccando con allusioni a dichiarate fantasie erotiche della consorte sui pretendenti di Maria de Filippi. L’unico che sembra davvero estraneo a tutto questo caos è il bastardino marrone, che si è piazzato con sguardo malinconico di fronte alle onde, dando le spalle ai suoi padroni e sganciando un ricordo del colore del suo pelo a qualche fortunato che lo calpesterà.

Quando una delle numerose parolacce sparate a raffica dalla prole colpisce chiaramente l’orecchio del pater familias, questi si gira di scatto e chiede serio al primogenito: “Che hai detto, appapà?” Quello sfodera il miglior sorriso da paraculo che ha e risponde pronto: “Ma Vaffarsugo!” L’espressione tirata del padre esplode in una risata sputacchiata verso la consorte, che si pulisce schifata le guance imperlate dalla saliva coniugale. “Amò, hai sentito che forte Kevin?”, le fa, gonfio d’orgoglio, prima di rivolgersi di nuovo al suo pupillo. “Aò, sei forte come me! Ma lo sai che papà quando c’aveva l’età tua ha fatto a comparsa ar Cinema?” 

“E Sti Casting???”, gli urla quello dribblandolo con maestria, prima di scomparire dalla sua vista, verso il mare verde di alghe.

Note

  1. Mano posizionata a mò di cucchiaio accanto alla cavità orale, per amplificare il suono e dare forza ai concetti espressi.
  2.  Confondere l’interlocutore, spostare il discorso su un altro piano per nascondere errori o malefatte.
No, questo non è il litorale romano, bensì la Sicilia, Cefalù. E’ dove avrei voluto essere, invece di Ostia

Vacanze Romane, ovvero Roadhouse Taxi Blues

Violentata da un caldo africano, aspetto da un’ora la mia amica eufemisticamente ritardataria, sotto l’illusorio riparo di una anoressica striscia d’ombra. Indosso una T-Shirt con la faccia di Jim Morrison impressa sulla bandiera inglese, in ricordo del concerto londinese del 1968. Ho scelto proprio questa per puro spirito di ribellione adolescenziale (fuori tempo) verso la fauna vip che popolerà la location chic che sto per visitare: l’Ambasciata brasiliana a Piazza Navona, meraviglia della Roma barocca.

Dopo una sudata lunga mezz’ora eccola che compare, nella sua abbagliante abbronzatura, l’incontrastata Regina del Ritardo dal lontano 2005, anno in cui venne incoronata sovrana dopo un ritardo record di un’ora e mezza.

“Siamo in ritardo”, mi dice trafelata, usando senza nessuna vergogna la 1° persona plurale, “prendiamo un taxi?” e, senza attendere risposta, alza un braccio verso una macchina gialla che inchioda prontamente di fronte a noi. Lui, il tassista, ha un sorriso inebetito e mi fissa al di sotto della faccia, invece di perdersi nella scollatura procace della mia amica, mentre con gesto vigoroso ci fa segno di salire in macchina.

“A Signorì, ho fatto uno strappo alla regola” fa con un pesante accento romano, “Dovevo caricà du vecchi francesi, ma quanno ho visto sta majetta che c’aveva bisogno der taxi, me so dovuto fermà pe forza!” Io e Miss Amica lo guardiamo basite mentre lui mette la prima e incalza: “Ahò, I Doors! Io sò malato pè Jim, c’ho pure un gruppo cover, se chiama I Rodaus. Io canto eh? C’assomigliavo pure a Jim…mò nun me vedete così, ma quanno c’avevo i capelli…” e sorride, sfrecciando nel traffico romano, lasciando intravedere un dente di meno nell’arcata superiore e mancando per poco un ignaro ciclista.

Per quanto mi sforzi di immaginarlo, questo qua assomiglia a Jim Morrison come io a Marilyn Monroe, ma ricambio il suo sorriso sdentato con uno di circostanza. “Aspè aspè, senti questa…” E dallo stereo partono le celeberrime note di Roadhouse Blues, che invadono la macchina ed escono prepotentemente sulla strada, che il nostro tassista percorre oltrepassando ampiamente i limiti di velocità, alternando le parole della canzone a bestemmioni urlati contro pedoni che cercano di attraversare sulle strisce.

E’ pure stonato, il pelatone. “Ma lo sapete che dice sta canzone? Sto pezzo parla del lavoro mio, er tassista! O sai l’inglese?”, mi dice in tono di sfida mentre recita il testo “Kip yor ais on the rod yor end apon the uiiilll! O sai chevvordì?” E, molto seriamente, mima la traduzione, passando col rosso: “Devi tenè gli occhi sulla strada e le mani sur volante! Tu! Tu te distrai quanno guidi, veh? Te lo dice Jimme, a capito? Nun te devi distrarre! LET IT GO! LET IT GO! DEVI ANNA’!!! Nun devi guardà le vetrine, aaa gente, i semafori…..DEVI ANNA’!!!”

Non me la sono sentita di far crollare le titaniche certezze del tassista in nome della filologia musicale, dicendogli che in realtà il testo dice Let it Roll.  Mentre scendo dal taxi lo immagino sul palco con la sua cover band e il mio pensiero va a tutti quei poveracci del pubblico dalle orecchie sanguinanti, costretti ad ascoltare questo Jim de noantri, con le sue canzoni storpiate e la sua filosofia pragmatica del Devi Annà.

T-shirt Jim Morrison

L’arte di imbucarsi

La ragazza dal tailleur blu navy alla reception ci guarda dietro i suoi occhiali griffati con una fissità assente, condita da due labbra rosse appena socchiuse che le conferiscono un’aria al limite fra demenza giovanile e bionda sensualità .

Ce la possiamo fare. L’impresa è titanica: riuscire a sfondare la coltre di mistero che avvolge la Nuvola di Fuksas, il Centro Congressi inaugurato l’anno scorso dopo una gestazione quasi ventennale, irrivabile al comune cittadino che voglia ammirare cotanta opera architettonica.
I miei sacri ospiti emigrati dal Veneto a Bruxelles per un futuro migliore, dopo aver visitato i maestosi monumenti della Città Eterna, hanno espresso il forte desiderio di tentare l’impossibile: conoscere l’altra faccia della Capitale, la modernità realizzata dall’architetto di grido. Non me la sono sentita di deluderli, cosí ci siamo lanciati nella metro B per spingerci fino all’Eur e intraprendere la tracotante impresa.
Nel Centro Congressi oggi c’è un Forum su non so cosa e Flavio, condottiero della spedizione, avanza un piano diabolico: imbucarci spudoratamente all’evento, sperando magari di svoltare il pranzo e un discreto stato di ebrezza al buffet.
Nonostante i loro posti di prestigio alla Commissione Europea, i miei ospiti che varcano l’entrata della Nuvola sono vestiti da turista medio: calzoncini corti, t-shirt con alone sub- ascellare e abbronzatura color rosso fuoco, regalata il giorno prima da un giro completo intorno al lago di Castel Gandolfo in ore improbabili.
Intorno a noi sta un esercito di giacche e cravatte, che ci guardano minacciosamente schifate.
-Buongiorno- , dice con il suo accento del Nord il temerario del gruppo alla biondina scemotta, – vorremmo accreditarci per la convention.
Un silenzio prolungato fa eco alla richiesta. Dopo attimi interminabili si accende la vocetta di lei:
– Si….Per quale azienda?

Mentre vediamo il nostro sogno allontanarsi inesorabilmente lui, Flavio, il capo della nostra congiura ai danni del Comune di Roma, gioca la sua ultima carta. Sfoderando il suo migliore sorriso le fa, con l’inconfondibile parlata: -Beh signorina, metta ‘Commissione Europea’ .
Allora quella, senza colpo ferire, digita veloce tasti sul computer che sputa, dopo qualche secondo, dei cartellini bianchi dove troneggiano le nostre credenziali.
E cosí, complici della deficienza della ragazza in tailleur alla quale dio non distribuí gli stessi talenti del mio caro ospite, entriamo vittoriosi in mezzo ai completi grigi nel bianco ovattato dell’inaccessibile edificio, a gambe nude e ascelle pezzate, con tutta l’autorevolezza del nostro badge con su scritto il nome della nostra azienda: Meta Commissione Europea.

Immagine

Specchio delle mie brame…(Mirror on the wall)

Descrizione prodotto: specchio anti-motivazionale unisex, particolarmente efficace per rafforzare le paranoie delle donne nel periodo mestruale ( imbattibile in quello pre-mestruale), l’unico che ti strapperà l’ottimismo e la fiducia in te stess*, che ti riporterà alla realtà anche quando ti sei fatt* convincere da tua madre/amic*/fidanzat*/amante/commess*/parrucchier*,e chi più ne ha più ne metta, che sei stupend*.
Ricordati, l’unica verità è che

Rimedi per la depressione del lunedì

Il lunedì è tempo di depressione post-weekend e di bilanci. La bilancia mi dice che ho preso 2 kg a forza di stravizi alcolico-alimentari e io progetto, con i pochi neuroni che mi sono rimasti dalla sveglia traumatica, una spesa salutista al mercato del lunedì. Indosso la palandrana di rito e gli occhiali oversize per coprire i rotoli e le occhiaie blu-navy e abbandono decisa il carrello arancione all’ingresso che mi implora di uscire con me: i kili ben distribuiti di frutta e verdura, incollati dalle mie braccia con un rivolo di sudore malcelato sulla fronte,  mi permetteranno forse di smaltire qualche etto maledetto.

L’immancabile Bangla sorridente tenta di rifilarmi qualche testa d’aglio, ammassata in un piccolo sacchetto di plastica, comunicandomi che la settimana prossima tornerà a casa sua per sempre. “L’aglio fa bene“, attacca poi, enumerandomi tutte le proprietà benefiche del fiore puzzolente, nonchè gli usi extra-culinari che di esso si possono fare. “Se lo spalmi su quella cosa brutta che hai sulla faccia, la mattina dopo sparisce!”, esclama ridendo, indicandomi il brufolo che mi è spuntato sul mento. Sebbene ci provi, però, non riesco  ad odiarlo, e penso che mi mancherà in fondo quel suo passo svelto e la vocetta naso- squillante che echeggia tra i banchi del mercato. Copro l’obbrobrio con la sciarpa, compro il miracoloso aglio e mi congedo dal bangla simpaticone, augurandogli ogni bene.

La depressione del lunedì cresce, acuita dal cielo grigio fumo, in tinta col mio colorito privo di make-up. Cerco conforto tra le bancarelle piene di vestiti, ma tristemente mi ricordo di aver deliberatamente portato solo i soldi strettamente necessari alla spesa, per evitare acquisti insensato di taglie XL che aumenterebbero solo la mia prostrazione.  Anche se per qualche secondo penso di investire quei 10 euro per una borsa niente male che mi tirerebbe decisamente su il morale, resisto stoicamente e proseguo il mio viaggio verso la depurazione.

Lui, il Verduraio, è giovane e svelto, le sue mani corrono veloci tra cicoria e pomodori, mentre urla con dialetto sicuro i prezzi stracciati di fine mattinata. Aiutato dalla fida lavorante romena, apostrofa tutte le clienti con il pittoresco appellativo di “Lella“, dispensando frutti della terra come non ci fosse un domani.

Quando la folla di massaie davanti a me si disperde, lui si gira a guardarmi e subito si dipinge sul suo viso un’aria seria e stupita.  “Ahò”, mi fa, dopo un lungo istante silenzioso, “Ma che hanno aperto le gabbie delle stelle?”. E mi regala un kilo di broccoli, per suggellare la sua sentita dichiarazione d’amore.

Questo post è dedicato a Lui, il mio verduraio di fiducia, e a tutti coloro che riescono a dissipare brufoli, occhiaie e kg in eccesso con l’arte oratoria.

 

 

Citazione

Elezioni Usa

Che dire? Almeno Madonna si è risparmiata milioni di blow jobs…

Bologna d’ Estate.

In agosto a Bologna i piccioni volano bassi. Sfiorano le teste dei pochi, sparuti turisti con una baldanza tutta loro. I portici sono completamente spogliati dalle migliaia di studenti che popolano la città durante l’anno accademico ma la loro presenza trasuda sui muri, negli archi, sui sampietrini che ne mostrano fieramente tracce indelebili. 

La famiglia bucatini, con le braccia nude che ostentano il vizio, una magrezza paurosa e tatuaggi fai da te, mi precede su via Zamboni, dove si aggirano solo spacciatori in borghese e una manciata di studenti nostalgici e annoiati. Papà Bucatino, con la voce nasale e stentata si ferma in un angolo e fa il suo dovere. Lei lo aspetta grattandosi, e credo di vedere nei suoi occhi un guizzo di luce mentre li lancia sui palazzi maestosi e sulla piazza, poco più in là, fatta di gente con la birra in mano e musica.

Mi fermo davanti al Dams. Un murale colorato esulta ed io mi chiedo perchè, perchè non ho fatto l’università qui. Alma Mater, si chiama. Chiamo mio padre per dirglielo e lui risponde sicuro: “Non te l’avrei mai pagata. Avresti fatto la vita, mica studiato”.

Fun, Cool, Oh! penso, citando l’insegna di un locale del centro. Ma ha ragione. Però avrei conosciuto Umberto Eco, magari, e il suo pupillo Enrico Brizzi, che ha scritto uno dei romanzi preferiti della mia prima giovinezza. 

Molto vicino a Piazza Maggiore c’è un portico con dipinta, sulla volta, una frase che rassicura su una protezione stupefacente e, sentendomi quasi annebbiata da tanta arte rivolgo lo sguardo a sinistra, dove svetta uno splendido edificio liberty che ospita il paradiso delle Shopping-addicted spiantate, come me. Blatero allora cose sull’edificio mentre mi dirigo verso le due lettere rosse capitali, H e M, inventando nomi di architetti famosi, ed è a questo punto che vengo minacciata dal mio compagno di viaggio, che ha capito tutto. Ho solo 10 minuti, dice. Basteranno per un paio d’occhiali nuovi, ma mi accontento.

canabis

Girovago ancora per respirare l’anima di questa città, e mi sembra un regalo inaspettato il fatto di poterla vedere beatamente dormiente, senza la vita frenetica che ne calpesti le strade e i luoghi nascosti. Qui puoi affacciarti da una finestra e sentirti a Venezia, appoggiare l’orecchio su una colonna e sentire quello che bisbiglia qualcuno dalla colonna opposta. Qui, ora, c’è la mostra di David Bowie, e c’è chi si fa il bagno in mutande nella fontana del Mambo. E i teatri, i personaggi del film Paz! che sbucano inaspettati da un vicolo, talvolta, mi portano indietro nel tempo, a ricordarmi chi sono.

Quasi, mi riconosco, qui.