Tanto è uguale

Con gli occhi gonfi e i capelli arruffati, sull’attenti di fronte alla porta di casa, il mio studente aspetta le 9 in punto per suonare il campanello, in preda alla sua mania ossessivo-compulsiva dello spaccare il secondo. Mi trova con il trucco alla Alice Cooper, traccia evidente di una nottata di bagordi e di uno struccante poco efficace, mentre faccio sparire furtivamente la colazione non ancora consumata per mancanza di tempo.

Imprecando tra i denti, affermo sadica: “Le vacanze di Pasqua non ti sottrarranno alla valanga di compiti che ti hanno dato” e aggiungo, tra me  e me, “Sbrighiamoci a studiare ‘sta Rivoluzione Americana, che fra un’ora devo andare ad Acquagym a sguazzare con le Milf dalle tette rifatte”. Mentre apro i libri, asciugo una lacrima immaginaria, pensando al richiamo calorico e rassicurante della crostata di ricotta e visciole in cucina, sdraiata sul piatto come una sensuale sirena.

Nel frattempo, le spiccate doti in Distrattologia del mio studente emergono nell’arco dei primi 10 minuti di questa dura mattinata di lezione. Mentre espongo i principi immortali della Costituzione a stelle e strisce, ecco che i suoi occhi si perdono nel verde degli scaffali della libreria, posandosi su un tomo datato 1956, Edizioni Laterza, Bari.

“Ma…chi era Platone?” mi chiede.

Rispondo in fretta: “Un filosofo greco”, senza neanche disturbarmi di capire la contorta connessione mentale che avrà fatto la mente del pre-adolescente.

Ma quello, per impedirmi di riattaccare il pippone su George Washington, incalza prontamente “E che c’entra un filosofo con l’esercito?”

“Nulla…” replico perplessa e, non riuscendo a trattenere quella malsana curiosità che spalanca le porte al fancazzismo, pronuncio la fatidica domanda: ” PERCHE’? “

“Beh, è chiaro”, fa lui, assumendo l’aria da professore bacchettone, “l’esercito è formato dalle truppe e dal PLOTONE. “

La mia espressione basita e muta probabilmente lo muove a compassione, facendogli aggiungere una ulteriore precisazione:

“Vabbè… PLATONE… PLOTONE… E’ uguale.” mi spiega paziente, facendo un gesto di approssimazione con le mani.

“Uguale? UGUALE??? Ma manco pè gnente!” sbotto io, rafforzando con l’espressione dialettale tutto il mio sdegno. “Cambia una vocale che cambia tutto! Come se dicessi…ecco…come…” E mi metto a cercare ardentemente degli esempi calzanti per dimostrare che con una sola, piccola e apparentemente insignificante lettera si può cambiare il mondo.

“Sole-Sale, Corta-Morta, Parto-Porto, Male-Mele, Detto-Petto, Pane – Pene: Ti sembrano uguali tra loro??”

Lui mi guarda con aria di sufficienza e alza le spalle insieme alle sopracciglia.

“Ti ho convinto? ” chiedo speranzosa, pronta a lanciarmi in una improvvisata lezione sulla Lingua Italiana e le sue meraviglie, o maraviglie che dirsivoglia. E’ uguale.

“Mah, abbastanza…” fa il dodicenne, visibilmente poco persuaso della sostanziale differenza abissale del povero filosofo Platone con quel plotone, davanti al quale metterei il piccolo, bendato, per farlo colpire da armi caricate a vocali e consonanti. Durante l’esecuzione io, però, fuggirei in cucina dalla mia crostata,  affogando negli zuccheri tutta la frustrazione e la compassione per quelle due poveri vocali fraintese.

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